Rumi, poeta d’ebbrezza e d’amore

derviscio rotante tramonto mare sama Rumi

Ogni volta che rileggo e mi soffermo su un verso di Jalal al-Din Rumi, sento che ci sono anime che vengono al mondo per insegnarci ad amare senza riserve, e le cui vite, come fiumi in piena, sono capaci di travolgere chiunque si fermi ad ascoltarle…

Questa storia comincia nel 1207, a Balkh, antica città lungo la Via della Seta.

Rumi cresce guidato dalla premurosa saggezza del padre, Baha al-Din Walad, grande studioso e predicatore sufi. Ancora bambino, insieme alla famiglia, lascia Balkh e intraprende un lungo viaggio verso occidente, attraversando luoghi diversi prima di stabilirsi definitivamente a Konya.

È un cammino che accompagna la sua crescita e che sembra contenere già, una prima grande lezione.

Nulla in questo mondo è destinato a rimanere fermo…tranne l’amore.

La calma apparente di Konya

Konya panorama tramonto città Rumi

Dopo anni di viaggio la famiglia si stabilisce a Konya, nel cuore dell’Anatolia.

Qui Rumi costruisce la sua vita adulta. Alla morte del padre, nel 1231, ne raccoglie l’eredità spirituale e diventa un maestro rispettato, insegnante e studioso, immerso nei libri, nella teologia e nelle lezioni. Si sposa due volte. La prima moglie, Gowhar Khatun, muore giovane lasciandogli due figli. La seconda, Kira Khatun, gli rimarrà accanto fino alla fine della vita.

La sua esistenza sembra ormai avere trovato una forma stabile.

Ma la quiete di Konya aveva qualcosa di incompleto…

Forse, chissà, Rumi avrà sentito dentro di sé qualcosa di sospeso, come un campo d’inverno in attesa della primavera. Forse lo sentiva già, forse no…

Quanti di noi conoscono d’altronde quella sensazione di avere tutto ciò che si è cercato e sentire ugualmente che qualcosa di essenziale manca ancora?

L’incontro con Shams

Prima di raccontare l’incontro, vale la pena fermarsi un momento su chi era quest’uomo che avrebbe poi cambiato radicalmente la vita di Rumi.

Il suo nome era Shams al-Din Mohammad di Tabriz, un derviscio errante destinato a diventare il suo compagno spirituale più importante. Le informazioni sulla sua vita precedente all’incontro con Rumi sono molto più incerte rispetto a quelle sul poeta. Le fonti e le tradizioni biografiche lo descrivono come una figura ruvida e misteriosa, insofferente alle formalità e profondamente orientata verso l’esperienza diretta del divino.

Le leggende narrano del suo soprannome Paranda, “il Volante”, poiché viaggiava continuamente da una città all’altra, rifiutando la fama, i soldi e persino gli allievi tradizionali. Indossava abiti semplici di lana nera e non apparteneva a nessuna confraternita rigida. Criticava apertamente i grandi teologi dell’epoca, cercando qualcuno che fosse davvero all’altezza della sua fiamma interiore. Si racconta che fin da bambino avesse avuto un maestro sufi appassionato, con cui danzava il sama, la danza meditativa dei dervisci.

Il nome Shams significa “sole”. E sembra quasi impossibile trovare un nome più adatto alla presenza che avrebbe avuto nella vita di Rumi.

incontro Rumi e Shams di Tabriz miniatura storica persiana

In un freddo giorno di novembre del 1244, questo maestro entra nella sua vita.

Su quel primo incontro sono nate diverse narrazioni. Una delle più celebri racconta che Rumi stesse attraversando il mercato a cavallo quando Shams ne afferrò le briglie e gli rivolse una domanda capace di scuotere il suo sapere. Un’altra versione racconta invece che lo trovò accanto ai suoi libri.

In una delle leggende più conosciute, Shams getta poi i preziosi libri di Rumi nell’acqua, mostrando simbolicamente che il sapere scritto non può sostituire il fuoco dell’esperienza diretta.

Trovo questa leggenda molto bella. Non so se sia accaduta davvero, ma sento che racconta qualcosa di vero, di come certi rari incontri nella vita possano arrivare per spazzare via tutto quello che credevamo di sapere, per fare spazio a qualcosa di più grande e autentico.

Quel che sappiamo è che da quell’incontro il mondo di Rumi cambia radicalmente. La relazione con Shams lo allontana progressivamente dalla vita ordinata che aveva costruito e apre una fase nuova, fatta di poesia, musica e profonda ricerca spirituale.

Quello che accadde tra loro è difficile da descrivere con una sola parola. Shams voleva da Rumi qualcosa di più del sapere. Voleva che attraversasse la vita nella sua pienezza, oltre la sicurezza delle forme conosciute. Nella tradizione sufi, il termine ishq indica l’amore intenso, appassionato, rivolto verso il divino. Nella poesia di Rumi, l’amore umano e quello spirituale finiscono così per incontrarsi continuamente, fino a rendere difficile stabilire dove finisca l’uno e cominci l’altro.

Rumi abbandona progressivamente la sua vita di maestro e studioso per immergersi in questo nuovo rapporto. I due diventano inseparabili, specchi l’uno dell’altro.

Ero morto, sono diventato vivo;
ero nel pianto, sono diventato riso.
È venuta la fortuna dell’Amore
e io sono diventato una fortuna che non passa.

I miei occhi non desiderano più,
il mio cuore è diventato coraggioso;
ho ricevuto il coraggio del leone
e sono diventato una luce splendente.

Mi disse: «Non sei ancora folle,
non sei degno di questa casa».
Andai, diventai folle
e mi lasciai legare dalle catene dell’amore.

Mi disse: «Non sei ancora ebbro,
vattene, non sei di questa natura».
Andai e diventai ebbro,
colmo di gioia.

Mi disse: «Non sei ancora morto,
non sei immerso nella gioia».
Andai davanti al suo volto che dà vita:
fui ucciso e mi abbandonai.

Il dolore che si fa danza e poesia

La figura di Shams fu dirompente. Per Rumi rappresentò una trasformazione profonda, ma la sua presenza generò anche tensioni all’interno della cerchia del poeta. Rumi si allontanò dai suoi discepoli e dalle consuetudini della sua vita precedente, mentre il rapporto con Shams diventava sempre più centrale.

Shams fu allontanato da Konya una prima volta e si rifugiò a Damasco. Rumi soffrì profondamente la separazione e mandò il figlio maggiore, Sultan Walad, a cercarlo. Shams tornò a Konya, ma le tensioni non scomparvero.

Poi, nel 1247-48, Shams scomparve nuovamente.

Su ciò che accadde esattamente non abbiamo una certezza definitiva. Le fonti successive hanno tramandato diverse versioni, compresa quella di un possibile assassinio legato alla gelosia di alcuni discepoli, alle tensioni familiari, o forse di una fuga per proteggere Rumi, ma la vicenda rimane avvolta nel mistero.

Rumi cerca Shams fino a Damasco. Ma il maestro non si trova da nessuna parte… o forse si trova ovunque… perché Rumi arriverà lentamente a comprendere che ciò che Shams ha risvegliato in lui non può essere cancellato dalla sua scomparsa.

silhouette derviscio dolore contemplazione Rumi

Credo che questa sia una delle cose più commoventi della vita di Rumi, il modo in cui una grande perdita, attraversata fino in fondo, diventi la porta verso qualcosa di più grande.

Dopo la scomparsa di Shams, Rumi attraversa un periodo di profonda trasformazione. La poesia diventa il luogo in cui il dolore può continuare a parlare e l’amore può trovare una forma nuova.

Nella scuola del maestro
Ci sono luoghi felici
per l’anima nella sua via;
o Dio, mantieni la mia anima
salda sulla sua strada.

Il bambino dell’anima,
nella sua scuola,
è diventato maestro dei maestri.
O Dio, mantieni questo bambino
per sempre nella sua scuola.

L’esercito della fede riceve luce
dal mio re, Shams di Tabriz.
O Dio, custodisci per sempre
il suo cammino e la sua luce.

Ed è anche in questi anni che la musica e il movimento assumono un ruolo sempre più importante nella sua esperienza spirituale.

Una delle tradizioni più conosciute racconta che Rumi, ascoltando il ritmo dei martelli dei battilame che lavoravano l’oro e il bronzo, sentì in quel suono il battito stesso dell’universo. Cominciò a girare su se stesso, lasciando che il corpo seguisse il ritmo e che la sofferenza trovasse una forma nel movimento.

Si racconta anche un’altra leggenda, più tenera…che Rumi si fosse ispirato ai bambini che giocano in strada, che ruotano e cadono e ridono felici, incuranti di tutto. In quella semplicità assoluta aveva visto qualcosa di sacro. Io amo molto questa versione. C’è qualcosa di profondamente vero nell’idea che la preghiera più pura assomigli al gioco di un bambino.

Rumi visse il sama, l’ascolto e la pratica spirituale accompagnata dalla musica e dal movimento, come parte della sua esperienza mistica. La forma rituale dei dervisci rotanti che conosciamo oggi si sviluppò e si istituzionalizzò progressivamente dopo la sua morte, soprattutto attraverso il figlio Sultan Walad e la tradizione Mevlevi.

dervisci rotanti sama eredità Rumi ordine Mevlevi

Mentre nasce la sua opera più grande, il Masnavi, Rumi continua a comporre, danzare, insegnare e vivere immerso nella poesia. Il discepolo Husam al-Din Chalabi raccoglie e mette per iscritto le sue parole, diventando una figura fondamentale nella composizione dell’opera.

È proprio da questa onda ininterrotta di poesia e contemplazione che prende forma la fase finale della sua vita.

L’eredità vivente e l’abbraccio con l’infinito

vista serale del Museo Mevlana a Konya, Rumi

Rumi trascorre gli ultimi anni continuando a insegnare e ad accogliere intorno a sé musulmani, cristiani, ebrei, poveri e ricchi – per lui non esistevano distinzioni. Si racconta che s’inchinasse con uguale umiltà davanti ai monaci cristiani e ai rabbini, davanti agli studiosi e agli analfabeti. Era convinto che l’amore di Dio non appartenesse a nessuna religione in particolare, ma le attraversasse tutte come un fiume sotterraneo.

È anche per questo che la sua poesia ha attraversato i confini della tradizione da cui nasce.

In un mondo che tende a dividere, Rumi scelse di unire. Credo che il suo messaggio non sia mai stato così necessario come oggi.

Venne descritto come un uomo di straordinaria dolcezza, capace di lunghe ore di silenzio e improvvisi scoppi di gioia. Amava la musica, il profumo dei fiori, la compagnia dei semplici. Diceva che si impara più stando seduti in silenzio accanto a un saggio che leggendo mille libri. Intorno a lui nel tempo si formò una piccola comunità di affetti profondi – discepoli, amici, la moglie fedele e il figlio Sultan Walad, che avrà un ruolo decisivo nella continuità della tradizione dopo la morte del padre. L’ordine Mevlevi, infatti, si istituzionalizzerà successivamente, sotto la sua guida.

Quando Rumi muore, il 17 dicembre 1273, la sua partenza viene celebrata nella tradizione Mevlevi come la Seb-i Arus, la notte delle nozze…il momento in cui l’anima si ricongiunge finalmente con l’amato divino. Al suo funerale si uniscono musulmani, cristiani ed ebrei, piangendo insieme la perdita di un uomo che aveva superato ogni dogma religioso per parlare la lingua universale del cuore.

sole al tramonto in un deserto, Rumi morte

Una piccola raccolta di Poesie

Il canto del flauto di canna
Ascolta questo flauto, come si lamenta,
come racconta la storia delle separazioni.

Da quando mi hanno strappato dal canneto,
nel mio lamento hanno pianto uomini e donne.

Cerco un cuore lacerato dalla separazione,
per raccontargli il dolore del desiderio.

Chiunque sia rimasto lontano dalla propria origine
cerca ancora il giorno del ricongiungimento.

In ogni assemblea ho levato il mio lamento,
compagno di chi soffre e di chi gioisce.

Ognuno è diventato mio amico secondo il proprio pensiero,
ma nessuno ha cercato i segreti che sono dentro di me.

Nessuno comprende questo linguaggio se non chi ha perso se stesso;
la lingua non ha altro acquirente che l’orecchio.

I nostri giorni sono trascorsi nel dolore,
giorni accompagnati dal fuoco della sofferenza.

Se i giorni sono passati, lascia che passino:
non importa.

Resta tu, o Colui che è più puro di ogni altro.

Nessuno che sia ancora acerbo comprende lo stato di chi è maturo.
Per questo è meglio abbreviare le parole.
E pace.

L’amore è l’astrolabio
L’amore si riconosce dal lamento del cuore:
non esiste malattia come la malattia del cuore.

La condizione dell’innamorato è diversa da ogni altra:
l’amore è l’astrolabio dei misteri di Dio.

Che l’amore venga da questo lato o dall’altro,
alla fine ci conduce verso quell’altra riva.

Per quanto io parli dell’amore,
quando arrivo all’amore mi vergogno delle mie parole.

Anche se la lingua può spiegare e illuminare,
l’amore, senza parole, è ancora più luminoso.

Quando la penna corre per scrivere,
giunta all’amore si spezza.

La ragione, nel tentativo di spiegarlo,
rimane come un asino impantanato.

A raccontare l’amore e la condizione dell’amante
è soltanto l’amore stesso.

La locanda degli ospiti
Questo corpo è una locanda, o giovane:
ogni mattina arriva correndo un nuovo ospite.

Non dire:
«Questo ospite mi pesa sul collo»,
perché presto volerà via verso il nulla.

Qualunque cosa giunga dal mondo invisibile
è un ospite nel tuo cuore:
accoglila con benevolenza.

Ogni respiro rinnova il mondo
La forma nasce dal senza-forma
e al senza-forma ritorna.

Perciò, in ogni istante,
per te c’è morte e ritorno.

Il Profeta ha detto:
«Il mondo dura soltanto un’ora».

I nostri pensieri sono frecce scoccate dall’Invisibile:
come potrebbero restare sospese nell’aria?

Ad ogni respiro il mondo si rinnova,
e noi non ci accorgiamo del suo rinnovarsi.

La vita arriva come un fiume sempre nuovo,
eppure nel corpo sembra continua.

È la rapidità stessa del suo fluire
a farla apparire immobile.

Prima che esistessero la vite e il vino
Prima che nel mondo esistessero
giardini, vino e uva,
la nostra anima era già ebbra
del Vino eterno.

Prima che l’Anima universale
fosse costruita nell’acqua e nell’argilla,
la nostra gioia era già compiuta
nelle taverne della Verità.

La nostra anima era come il mondo,
e il calice dell’anima era come il sole:
nel vino dell’Anima del mondo
eravamo immersi fino al collo nella luce.

O coppiere, fai bere questi esseri
fatti d’acqua e d’argilla,
perché ciascuno riconosca
da quale grazia è lontano.

Sia sacrificata la mia anima al coppiere
che giunge attraverso la via dell’anima
per togliere il velo
da tutto ciò che è nascosto.

Restiamo a bocca aperta davanti a quel coppiere
dal quale vengono vini senza ebbrezza
e miele senza api.

Oppure chiudici la bocca, o coppiere,
altrimenti riveleremo
ciò che, nelle profondità della terra,
è custodito come un tesoro.

O città di Tabriz, se ne hai notizia,
raccontami di quel tempo,
quando Shams al-Din,
prima di essere celebre,
era ancora sconosciuto.

Muori, muori in questo amore
Muori, muori, muori in questo amore;
quando sarai morto in questo amore,
riceverai lo spirito vero.

Muori, muori e non temere questa morte:
da questa terra sorgerai
e prenderai possesso dei cieli.

Muori, muori e liberati da questo respiro,
perché questo respiro è una catena
e tu sei prigioniero.

Prendi una scure e cerca una breccia nella prigione:
quando avrai spezzato la prigione,
sarai libero e sovrano.

Muori, muori davanti al Re della Bellezza:
quando sarai morto davanti al Re,
sarai tu stesso re.

Muori, muori e sollevati da questa nube:
quando sarai uscito dalla nube,
brillerai come la luna piena.

Tacete, tacete:
il silenzio appartiene all’istante della morte;
e anche la vita nasce da questo silenzio.

Nota sulle fonti: le poesie dell’articolo sono tratte dal Masnavi-ye Maʿnavi e dal Divan-e Shams. I riferimenti sono verificati sul testo persiano di Ganjoor e, per il Masnavi, sull’edizione di Nicholson. Le versioni italiane sono rese poetiche dal testo originale.

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