Danza del ventre – origini, benefici e come ha cambiato il mio respiro

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Ricordo ancora oggi mia madre danzare a casa con una cintura di monetine e una musica araba in sottofondo…
Ero allora una ragazzina, e lei aveva da poco scoperto la danza del ventre, propriamente detta Danza Orientale (o dall’arabo Raqs Sharqi), una danza con una una storia molto più antica e profonda di quanto si immagini.
Mia mamma cercò più volte di invitarmi a provare con lei ed io…non solo rifiutavo con fermezza, ma cominciai persino a prenderla affettuosamente in giro quando si esercitava o tentava lo shimmy, quella tipica vibrazione che avrei imparato a conoscere solo molto più tardi.
Intanto la guardavo sorridendo, e ogni volta che mi invitava mi ritiravo alla fine intimidita.

Eppure qualcosa, come un piccolo seme, fu piantato nel mio cuore.

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Imparai quasi senza volerlo il movimento delle onde delle mani, ascoltavo volentieri quella musica, le bellissime melodie, le percussioni, sentendo che suscitava qualcosa in me, un qualcosa di profondo e misterioso che non sapevo allora descrivere bene.
E continuavo a guardare mia madre esercitarsi nei mesi successivi, con gli occhi felici e un gran sorriso sul volto…Di lì a non molto lei smise, pur se a malincuore, di frequentare il corso. Il gruppo non era abbastanza numeroso da sostenere l’affitto della sala, e così quella parentesi danzante si chiuse per lei quasi in silenzio, salvo quando negli anni ricordava orgogliosamente alle amiche di aver studiato danza del ventre.

E così, gli anni passarono.

Avevo più di venticinque anni e stavo attraversando un periodo non facile.
Chi ha vissuto i disturbi d’ansia sa che il mondo sembra continuare a muoversi mentre tu resti ferma, come dietro un vetro.
Avevo quasi smesso di guidare, evitavo i luoghi affollati, tutto ciò che poteva togliermi una via di fuga.

Il respiro era diventato qualcosa di contratto e difeso.
E la cosa che più mi mancava, era proprio quella di ritornare a respirare senza sforzo, senza paura.
Mi misi alla ricerca di qualcosa che potesse aiutarmi attraverso il movimento, ma le attività da palestra non facevano per me, soprattutto non in quel momento.

E lì, quasi senza volerlo, mi ritrovai a pensare alla danza, a quei suoni che da ragazzina mi avevano toccata senza che sapessi davvero perché.

Attraverso una veloce ricerca in internet trovai due corsi nelle mie vicinanze.
E fu proprio mia madre ad accompagnarmi ad alcune lezioni di prova, l’ultima in un piccolo paese a due passi dal nostro.
E inaspettatamente, quello fu il corso che senza saperlo stavo cercando.

Era un sabato pomeriggio di primavera.
La luce filtrava dalle grandi finestre della sala.
L’insegnante ci accolse con un sorriso, io ricambiai un po’ imbarazzata, e poi salutai mia madre.
Entrai timidamente, presentandomi alle altre donne e ragazze che frequentavano il corso, nuovamente accolta con sorrisi gentili.
Tolsi le scarpe.
Il parquet risuonò sotto i piedi nudi…ricordo ancora oggi quella sensazione calda e avvolgente. Il corso si teneva in una scuola di danza classica familiare, che custodiva calore e sacrificio.

Mi sentii quasi subito a mio agio, finalmente, dopo tanti mesi, senza la paura di dover fuggire via.


Il respiro ritrovato

La lezione cominciò e la musica si diffuse nella sala, come una coccola dolce. Iniziammo con un riscaldamento lento, poi i movimenti delle mani, delle braccia, dei fianchi, qualche passo leggero sul parquet e infine il famoso shimmy.
Non ricordo ogni dettaglio di quella prima volta, ma non dimenticherò mai la sensazione che portai via con me.

Dopo mesi di respiro bloccato, il corpo si ammorbidì.

L’ansia, con ogni movimento, con ogni suono, lentamente e come per magia, prese a dissolversi.

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Alla fine rimasi ad osservare le compagne mentre eseguivano la loro coreografia di metà anno. Alcune più aggraziate, alcune ancora un po’ impacciate, ma tutte con quella stessa luce negli occhi e quel sorriso che avevo già visto in mia madre, anni prima, in salone.
Quando uscii, lei mi aspettava fuori. Mi chiese solo come fosse andata. Risposi timidamente che avevo comunicato all’insegnante che sarei tornata anche il sabato dopo, che ero stata bene, che le due ore erano volate.

E da quel giorno ho continuato a danzare…

Per anni in quella stessa sala, poi altrove, poi formandomi con alcuni stage.
Oggi sento la danza come qualcosa che fa parte di me.
Nessun pubblico, nessuna coreografia.
C’è solo quel respiro ritrovato, ogni volta, da capo.

E nel tempo ho capito che quella sensazione non era solo mia.
L’ho vista spesso negli occhi delle altre donne in sala, in quel sorriso che aveva anche mia madre anni prima, in salone, con la sua cintura di monetine.

Ed è così che ho cominciato a chiedermi da dove venisse davvero.

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Le radici antiche della danza del ventre

Più cercavo, approfondivo, e più capivo che quello che avevo sentito infatti non era solo mio.
Le origini della danza orientale si perdono nel Neolitico, nei riti sacri dell’antica Mesopotamia.
Il ventre, contenitore di nuova vita, era considerato in contatto con il divino, e la danza era un linguaggio tra donne, un gesto di connessione con la terra e con il corpo.
A custodirla nei secoli, quando rischiava di scomparire osteggiata, è stato il popolo Rom, che viaggiando ai margini del mondo ne ha preservato la tradizione, fondendo elementi di ogni cultura incontrata lungo la via, dall’India al Mediterraneo, dalla Spagna all’Africa.
Ogni paese ha poi fatto fiorire questo seme a modo suo, sino alla forma egiziana più classica che conosciamo oggi e alle evoluzioni più moderne come l’American Tribal Style o la Fusion Bellydance.
Ed è solo di recente che questa danza ha riacquistato storia e dignità, dopo anni ridotta a immagine degli harem.
Le sue radici, tuttavia, continuano a parlarci di sacralità, di comunità femminile, di un corpo che riconosce la propria forza e bellezza.

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Quello che questa danza porta con sé, benefici e cambiamenti

Questa danza offre qualcosa di raro e concreto, che va ben oltre il semplice imparare dei passi.
Il primo cambiamento che si nota, spesso prima ancora di rendersene conto, è nella postura. La danza orientale agisce in profondità sulla colonna vertebrale, sull’asse del bacino, sui muscoli del core e della schiena.
Con il tempo il corpo impara ad allinearsi diversamente, a muoversi con più consapevolezza.
Io stessa ho visto la mia postura trasformarsi negli anni.

C’è poi il respiro, di cui ho già parlato, ma che merita di essere nominato ancora.
Questa danza lo rieduca senza forzarlo. I movimenti ondulatori del busto, il ritmo, la presenza richiesta dalla musica, tutto concorre a sciogliere quella contrazione che tanti di noi portano nel petto senza nemmeno saperlo.
È un effetto terapeutico, sottile e reale.

E poi c’è qualcosa che riguarda il modo in cui ci vediamo.
La danza orientale chiede morbidezza, presenza, espressione, non un corpo perfetto.
E in quella richiesta c’è un messaggio importante, che con il tempo entra dentro: il tuo corpo, così com’è, è capace di essere bello, degno di esprimersi.
Per me è stato un processo graduale, fatto di piccole scoperte mese dopo mese.Ma un giorno mi sono accorta che mi guardavo allo specchio in modo diverso, con più gentilezza e gratitudine.

C’è poi il rapporto con le proprie emozioni, forse il dono più inaspettato. Danzando si impara infatti a sentire senza dover spiegare. Il corpo diventa un luogo sicuro dove le emozioni possono sciogliersi, trasformarsi. La tristezza che si alleggerisce, la gioia che trova spazio, la rabbia che diventa energia.
L’ho vissuto tante volte, da sola in casa con la musica preferita, e l’ho visto accadere anche ad altre donne in sala, in quello sguardo che cambia a metà lezione.

C’è infine una dimensione che non va sottovalutata, quella appunto della comunità.
In sala si crea qualcosa di speciale tra donne, un’atmosfera di sostegno e complicità.

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Qualcosa che richiama le radici stesse di questa danza. Tutte accomunate dallo stesso sentire, dalla percezione del movimento che raggiunge luoghi che le parole non toccano, dall’ascolto di quei ritmi e di quelle melodie così belle che parlano al corpo prima che alla mente, e sentire che il corpo risponde, si apre, respira.
E la cosa più bella è che non servono requisiti per cominciare.

Non importa l’età, la forma, l’esperienza.
La danza orientale accoglie tutte, esattamente come siamo.

Come ho scoperto anch’io, tanti anni fa.
A piedi nudi in una sala di danza di un piccolo paese, un sabato di primavera, ricominciando a respirare.

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